DETTAGLIO

Dialogo con il Professor Ricolfi

Dialogo con il Professor Ricolfi Riportiamo, in questo articolo,  il testo della "chiacchierata"  tra il Professor Ricolfi ed il Presidente Stronati, in occasione del Webinar "La Sanificazione tra necessità e public procurement".

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D. Professore, che futuro ci aspetta, in che Paese vivremo dopo la crisi? In una sua intervista in merito al suo ultimo libro "la Società signorile di massa", ha parlato anche di una società parassita di massa, e dunque il pericolo che ci sia una società dipendente dallo Stato, uno stato volto a mantenere delle persone. In questo modo, noi che puntiamo molto sul lavoro vediamo sgretolare tutti i nostri valori. Questo stato che “eroga sussidi” dove ci porterà?

R. Sono piuttosto pessimista nella possibilità di sfuggire al percorso che stanno accuratamente disegnando per noi e per i nostri figli. A mio avviso stiamo andando verso una situazione economico sociale ibrida. Nel senso che la società parassita di massa che si profila all’orizzonte sarà una sorta di miscela tra il modello greco ed il modello cubano. Un modello greco, paese occidentale, ma  con livelli di reddito e ricchezza inferiori ai nostri attuali, ed un modello cubano di una popolazione “intruppata” al di sotto di poteri dispotici.

Con una certa tristezza rilevo che quello che stiamo sperimentando adesso sia un elevato livello di “mansuetudine” del popolo italiano. In questa fase dell’emergenza  abbiamo accettato restrizioni della nostra libertà assolutamente arbitrarie e non necessarie. Ma sia chiaro,nNon nel senso che il lock down non servisse, ma nel senso che molto spesso è stato fatto in modo rigido e spesso eccessivo. Noi però ci stiamo adattando con una unica eccezione: quella della movida. L’unico segmento della società che non si è intruppata lo sta facendo attraverso la cosiddetta movida. E tutto questo non a difesa di un bene generale comune, ma al contrario, a causa di una totale mancanza di un senso civico: il divertimento finisce per prevalere su qualsiasi dovere sociale, e questo,  peggio determinerà se il virus decidesse di rialzare la testa.

D. Lei ha parlato di autodeterminazione. Per noi l’autodeterminazione è attraverso il lavoro. Siamo nel paese con il più basso tasso di occupazione del continente e con una altissima percentuale di inattivi. E’ forse vero che occorre una transizione verso modelli produttivi innovativi? Le nostre imprese sono competenti ed hanno bisogno di lavoratori competenti. Oggi però osserviamo una tendenza da parte dello stato ad internalizzare i servizi.  Anni fa negli Stati uniti la politica di Obama avviò un processo di sviluppo della spesa pubblica investita nel public procurement. Le nostre imprese lavorano con il public procurement e ridurlo, fermarlo vuol dire non favorire lo sviluppo el paese. Perché questo in Italia è sempre meno possibile? Perché non viene considerata  una opportunità da cogliere?

R. In un mio libro di qualche anno fa, "Il Sacco del Nord", che parlava delle inefficienze degli apparati pubblici rispetto alle regioni, dedicai un capitolo su cosa contraddistingueva le regioni efficienti da quelle inefficienti. L’inefficienza della pubblica amministrazione costa al nostro paese una cifra considerevole: circa 30/40 miliardi l’anno.

Il risultato, da uno studio che avevo approfondito,  era dato dal fatto che il miglior indicatore sull’efficienza di una regione è dato dal rapporto tra gli acquisti che fa una PA ed i salari che eroga direttamente.

Le regioni efficienti investono molto negli acquisti ed erogano pochi salari, le regioni inefficienti fanno il contrario: pochi acquisti e molti salari. Questo perché? Perché tutto è  dettato da un concetto “il consenso”. Un risultato quasi paradossale. Il consenso è tutto.

Nelle regioni in cui ci sono disponibilità di risorse queste vengono maggiormente investite nella erogazione dei salari, piuttosto che nell’acquisto dei  servizi. La politica dunque è improntata alla ricerca del consenso, il consenso si ottiene se si creano posti di lavoro. Il consenso non si realizza, invece, se si fa funzionare una macchina organizzativa esternalizzando gli acquisti ed i servizi.

D.In questo scenario Professore, che fine farà l’impresa? Ma nello stesso momento, il lavoro che fine farà? Le nostre imprese creano lavoro e lavorano con il public procurement, ma se vengono messe all’angolo,  molta dell’economia si ferma. Questa dinamica di premiare con forme di sussidio, impoverisce chi dà lavoro ed impoverisce il lavoro stesso.

R. Lei è stato ottimista prima, nel dire che il nostro Paese ha il tasso di occupazione più basso del continente, io direi che ha il tasso di occupazione più basso del mondo, o almeno del mondo  occidentale, forse la Grecia lo ha inferiore al nostro.

Questa mancanza di posti di lavoro non è un fatto recente ma esiste da molto tempo. Nella ricostruzione che ho affrontato nella “Società Signorile di Massa” individuo nel 1964 l’anno in cui il numero di persone che non lavoravanosuperavano  il numero di persone che lavoravano. Negli ultimi decenni la situazione si è ulteriormente aggravata e negli ultimi anni certamente di più.

Al di là del vostro settore, che nella domanda statale ha un motore importante, il problema di fondo è che se noi permettiamo che il tessuto industriale subisca l’infarto che sta subendo adesso, noi ci ritroviamo tra un anno con un salto indietro che,  se andrà bene sarà di 40 o 50 anni!!

Io non mi stupirei, persistendo il regime politico attuale, che la riduzione del PIL, attesa dagli analisti sul 9%, crescesse ulterioremente. Io penso ad una riduzione analoga a quella del periodo del Double Dip, in cui ci furono due crisi in successione (2009 e 2013)  che  erosero del 20-25% la  base industriale del paese, e noi ci ritroviamo con una capacità produttiva dimezzata rispetto a prima. Con un altro problema collaterale in aggiunta: la difficoltà di esportazione. In questi mesi le imprese che esportano stanno subendo una durissima concorrenza da parte delle imprese che non sono in lock down.

Un altro problema è il debito pubblico, noi ci ritroviamo con un debito pubblico altissimo che sarà un problema anche perché i mercati non guardano affatto il deficit ma il debito, ed in particolare il rapporto tra debito e PIL, e precisamente il rapporto tra il debito detenuto tra gli investitori esteri ed il PIL del Paese. Ora, se questo rapporto salisse alle stelle a causa del denominatore (perché non dipende solo da numeratore, il debito) e quindi a casusa di un PIL che sarà molto basso, a quel punto una crisi finanziaria sarà inevitabile poiché i mercati finanziari inizieranno a pensare che non saremo in grado di restituire il nostro debito.

Ora, io trovo incredibile che questa classe dirigente politica non si preoccupi di questo pericolo. Poiché se le risorse vengono spese con la filosofia del “nessuno resterà indietro e  tutti verranno rimborsati di tutto”, questo ci porta ad una condizione semplicemente folle. Quando succede una disgrazia collettiva, nessuno ha il diritto di essere rimborsato ma tutti dobbiamo pagare. Quello che invece dobbiamo chiederci è “che cosa possiamo fare perché l’infarto non sia assoluto e perchè non ci lasci completamente impotenti”.

Ora la risposta alla domanda è relativamente semplice: salvare il tessuto produttivo del paese.

Se invece si continua a parlare di bonus e di reddito di cittadinanza,  questo non avviene, e non riusciamo a  salvare il tessuto produttivo.

Ho contato in Italia 38 bonus attivi. Tolti una decina, cito ad esempio il bonus ristrutturazioni, che può avere un perchè, ne restano in piedi almeno 30 che non hanno alcun senso. In una catastrofe nella quale ci troviamo,  pensare al bonus monopattino o al bonus vacanze è qualcosa da irresponsabili. Questo denota che la nostra classe politica non ha capito il problema fondamentale che  è salvare l’apparato produttivo del paese.

Se posso permettermi una osservazione costruttiva, non si tratta di promuovere solo i contributi a fondo perduto ma di garantire condizioni future di contorno che permettano di convincere gli imprenditori a non chiudere.

Se fossi un imprenditore non mi chiederei se “la banca mi presta dei soldi”, poiché non mi serve indebitarmi ulteriormente di quanto già io non sia.

Se fossi un imprenditore mi chiederei se il fatturato che mi manca potrà un giorno essere ripianato dallo Stato.  

Mi chiederei  se nei prossimi anni ci sarà ancora questa burocrazia pazzesca che abbiamo adesso, e se persisterà ancora questa incapacità della Pubblica Amministrazione di ripianare i debiti e se quindi saremo costretti ad indebitarci ancora, noi imprenditori, perché i nostri acquirenti pubblici non ci pagano addirittura da anni.

sul regime fiscale, mi chiederei: si continuerà ancora a parlare di riforma dell’IRPEF o dell’IVA o dei contributi sociali senza mai toccare l’imposta societaria o l’irap?

Un imprenditore deve chiedersi se nei prossimi tre anni avrà degli utili e questo dipende in massima parte dal fatto che la PA paghi i debiti e che la tassazione sia meno feroce e che la burocrazia funzioni.

Il fatto che non si sia capito questo passaggio,  mi vede estremamente pessimista sul nostro futuro.

D. Allora Professore concludo, questa dipendenza dallo Stato che ci vogliono imporre e che noi non consideriamo giusta, dal punto di vista del cittadino e dell’imprenditore, dove ci porterà? Ci stiamo impoverendo in tutto. Non solo l’imprenditore con un PIL basso  farà fatica a portare avanti la sua impresa, ma a quale lacerazione sociale ci porterà questo? Quante famiglie saranno in difficoltà, poiché con questa situazione si sta attaccando il lavoro

 

R. C’è un aspetto importante in quello che Lei ha detto nell’attacco al lavoro che riguarda i salari.  Noi siamo in un paese che non ha alti salari, ma anzi li ha piuttosto bassi. Anche persone con un alto livello culturale raramente superano i 1500 euro mensili, ed una larga parte della popolazione vive con meno di 800 euro al mese. In una situazione di salari bassi,  i sussidi diventano estremamente attrattivi poiché molto generosi .

Quando un salario comparativamente è al di sotto del sussidio, a quel punto cosa diventa conveniente? Il modello vigente in Italia da decenni  è quello di individui che percepiscono una CIG e che nel contempo lavorano in nero. Ossia percepire un sussidio generoso ed arrotondare con un lavoro in nero non controllato.

Questo significa che noi in futuro avremo almeno due problemi:

  1. Una assenza di posti di lavoro:  poca domanda da parte delle imprese poiché il tessuto industriale è falcidiato
  2. Una offerta che rischia di essere scarsa:  perché non conviene a chi ha il sussidio e lavoro in nero mettersi sul mercato del lavoro

Se i sussidi sono così attrattivi comparativamente rispetto ai salari, non c’è lo stimolo a cercare lavoro o a cimentarsi nell’autoimprenditorialità. Qual è il rischio? il rischio è quello di approdare ad un apparato produttivo falcidiato ed un paese che si “accomodi ” tranquillamente sull’assistenza, ma fino ad un certo punto, poiché quel “tranquillamente” non potrà durare a lungo.

In questo, come sociologo vedo due grandi pericoli: da una parte la possibilità di disordini, se non addirittura di “rivolte” sociali, poiché si creeranno sacche di povertà, per alcune porzioni di popolazione in cui il sussidio diverrà insufficiente.

Da un’altra parte, pur non essendo io un maniaco della “battaglia alle diseguaglianze”, avendo in Italia un livello di diseguaglianze molto simile ad altri paesi,  vedo comunque il rischio che andranno ad accentuarsi quelle diseguaglianze già esistenti. Anche se deprechiamo il fatto che ci sia una larga porzione della popolazione in regime di “assistenza”, questi stessi assistiti non se la passeranno bene.

La grande disuguaglianza che emergerà sarà tra le famiglie patrimonializzate e le famiglie non patrimonializzate. Se il COVID non sparirà molto alla svelta e non verranno prese misure pro -produzione, pro – industria e pro - attività, il rischio sarà che il Covid, che fino ad ora è stato un fantasma ideologico, diventerà  una realtà.

Coloro i quali sono stati abituati ad un determinato tenore di vita, e penso al ceto medio, non ai ricchissimi, ed improvvisamente viene a mancare loro  il lavoro e diminuisce il reddito, cosa permette loro di mantenere quello stesso tenore di vita? Il patrimonio.

L’Italia è un paese iper patrimonializzato poiché con un patrimonio immobiliare finanziario considerevole, ma non tutti hanno un patrimonio. E quello che vedo è una pericolosa spaccatura in arrivo fra coloro che hanno un patrimonio, e grazie ad esso potranno ammortizzare l’impatto della crisi economica, e  quelli che non lo hanno, che dovranno arrangiarsi  sempre di più  fino ad arrivare all’indigenza.

A quel punto parlare di diseguaglianza avrà un senso

D. Noi, Professore cosa possiamo fare per invertire la rotta e per mettere il lavoro al centro

Poco possiamo fare.  Nel nostro colloquio ho cercato di fare un esercizio di tipo teorico, e cioè ragionare su cosa potrebbe salvarci: la riduzione delle imposte, il fondo perduto alle imprese per convincerle a non chiudere, la cura del tessuto industriale, la semplicficazone della burocrazia, tutte cose che potremmo fare se provassimo ad assomigliare ad un paese come l’Irlanda e non come la Grecia o Cuba.

Ma queste sono misure che dovrebbe prendere una classe politica non dico eccellente, ma almeno decente, con requisiti di competenza e moralità sufficienti in grado di fare le scelte giuste.

Ed allora Le rispondo come rispose ad una intervista di Maurizio Costanzo,  venti anni fa,  un operaio.

Alla domanda. “Cosa vede per voi dietro l’angolo?”

L’operaio rispose: “Vedo poco, molto poco per noi”.

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